La disprassia è un disturbo evolutivo poco conosciuto e spesso sottostimato. Definito in passato come disturbo dell’integrazione neurosensoriale, coinvolge l’area del movimento, più precisamente la coordinazione e la programmazione del movimento.

Questa precisazione è importante per distinguere la disprassia da una disabilità fisica e motoria, correlata ad una menomazione. I bambini disprassici appaiono goffi e scoordinati perché hanno difficoltà ad automatizzare un movimento.

disprassia

Tale disturbo può comportare difficoltà scolastiche e fa parte dei BES (bisogni educativi speciali), in particolare in quegli apprendimenti che coinvolgono il movimento. Pensiamo ad esempio alla scrittura come gesto grafico.

Cos’è la disprassia

La disprassia è un disturbo del neurosviluppo che comporta incapacità di compiere gesti in assenza di deficit motori. Sono preservate le funzioni cognitive, sensoriali e adattive. Tale disturbo riguarda sia gesti transitivi (uso funzionale e finalizzato di un oggetto) sia quelli intransitivi (gesti simbolici).

In generale possiamo definire la disprassia come “un disturbo dell’esecuzione di un qualsiasi gesto o azione volontaria“, dovuto ad una difficoltà a programmare, coordinare e controllare gli atti motori diretti uno scopo (Sabbadini, 2013).

Cosa sono le abilità prassiche

Come possiamo intuire dal termine stesso disprassia significa mancanza nelle abilità prassiche. Possiamo capire meglio questo disturbo se comprendiamo cosa significa prassia.

Con il termine “prassia” intendiamo uno schema motorio, una “procedura” che il nostro cervello memorizza e attiva ogni volta che intendiamo mettere in atto quel gesto.

Le abilità prassiche hanno molto a che fare con l’intenzionalità: il bambino piccolo apprende nuovi schemi motori (ad esempio camminare) grazie all’esercizio e alla sollecitazione degli adulti di riferimento. Come ogni apprendimento, il contesto ha un ruolo fondamentale. L’influenza dell’ambiente e la maturazione neurobiologica danno vita allo sviluppo evolutivo del bambino. Quando il bambino cammina per la prima volta, ha un’andatura incerta, va lentamente e pone attenzione a ciascun passo. Infine si crea uno schema motorio, per cui il camminare diviene un gesto “programmato” o per meglio dire “automatizzato”. L’automatizzazione è ciò che rende fluente un movimento appreso nel passato, così come accade con l’apprendimento della lettura o della scrittura.

Disprassia e aprassia

Il termine “disprassia” viene utilizzato per definire il disturbo in età evolutiva (cioè che esordisce nell’infanzia) mentre il termine “aprassia” si riferisce all’età adulta. Inoltre l’etimologia della parola ci suggerisce un’altra differenza fondamentale: mentre l’aprassia indica l’assenza di una funzione, per perdita o mancanza, la disprassia indica un malfunzionamento o anomalia della funzione stessa.

Cause della disprassia

Le cause della dispressia sono ancora oggetto attuale di studio da parte dei ricercatori.

Tuttavia sono stati individuati quattro fattori di rischio connessi alla diagnosi di disprassia:

  • Nascita prematura (prima di 37 settimane).
  • Basso peso alla nascita.
  • Familiarità del disturbo.
  • Abuso materno di sostanze, alcol e fumo in gravidanza.

Lesioni cerebrali, a livello focale o diffuso, possono causare disprassia. Inoltre i ricercatori si stanno concentrando anche sul ruolo svolto dai neuroni responsabili del movimento, i cosiddetti “motoneuroni”.

Un’ipotesi recente è uno sviluppo atipico dei motoneuroni nei bambini disprassici. I motoneuroni sono responsabili della comunicazione (in entrambi i sensi) tra i muscoli e le aree del cervello relative al movimento. Il movimento non avviene se ai muscoli non arriva il “comando” da parte del cervello. Un’anomalia del funzionamento dei motoneuroni potrebbe essere alla base della scarsa coordinazione e pianificazione del movimento.

Tipi di disprassia

A seconda della causa, esistono varie tipologie di disprassia.

Dal punto di vista delle manifestazioni cliniche, possiamo distinguere:

  • Disprassie assiali-posturali
  • Disprassie degli arti
  • Disprassie bucco-linguo-facciali
  • Disprassie oculari
  • Disprassie verbali.

Disprassia verbale

A livello cerebrale linguaggio e movimento sono localizzate nelle aree prefrontali, pertanto sono intimamente collegate.

Il linguaggio è un atto motorio: lo sviluppo del linguaggio è correlato ad una corretta articolazione dell’apparato orofonatorio. La dispressia verbale è caratterizzata dalla scarsa articolazione dei suoni con o senza significato. Si manifesta in particolare nella difficoltà a programmare i movimenti necessari alla produzione di suoni (fonemi) e a ordinarli in sequenze (per comporre sillabe, parole, frasi).

Riconoscere la disprassia verbale

Tra i segnali della disprassia verbale notiamo:

  • assenza o ritardo della comparsa della lallazione nei bambini a partire dai 6 mesi;
  • ritardo nella comparsa delle prime parole (dopo gli 8 mesi) e crescita molto lenta del vocabolario del bambino;
  • eloquio rallentato e/o spezzato.

La disprassia verbale talvolta ha origine congenita e in alcuni casi è associata ad altri disturbi del neurosviluppo, in particolare epilessia e autismo.

La diagnosi differenziale è molto complessa, perché la disprassia verbale potrebbe essere confusa con severi disturbi del linguaggio. La differenza più importante riguarda la natura dei disturbi: la disprassia riguarda la programmazione motoria finalizzata al linguaggio, mentre i disturbi specifici del linguaggio interessano la funzione linguistica in tutte le sue componenti (fonologica, lessicale, fonetica, morfo-sintattica).

I sintomi della disprassia verbale possono essere così descritti:

  • Errori incoerenti: il bambino compie errori diversi, mentre cerca di articolare la stessa parola.
  • Difficoltà nella produzione di sequenze linguistiche: il bambino parla in modo lento e talvolta “sillabando”, in particolare le parole più lunghe.
  • Alterazione della prosodia relativamente a velocità, intonazione e ritmo: il bambino può commettere errori di accento e non distinguere domanda da affermazione.

Disprassia motoria

La disprassia motoria è presente nel DSM-5 (Manuale Statistico Diagnostico) con la denominazione di Disturbo della Coordinazione Motoria, nel capitolo dedicato ai Disturbi del Neurosviluppo. Più comunemente conosciuto come “impaccio motorio“.

Tale disturbo si manifesta con difficoltà nell’ideazione, programmazione ed esecuzione dei movimenti. I primi segnali possono evidenziarsi osservando le varie tappe dello sviluppo motorio, ma successivamente tali difficoltà possono sfociare anche in inibizione del movimento, bassa autostima e difficoltà nell’apprendimento della scrittura.

Segnali: come riconoscere la disprassia

La disprassia si manifesta come un deficit globale dell’organizzazione motoria, pertanto il movimento appare stentato, non armonico, inefficace, brusco o molto lento e con scarso controllo della direzione. L’attività motoria è caratterizzata da schemi infantili, scoordinati e non integrati, indicata con il termine di “goffagine”.

Segnali nei primi tre anni di età

Tale disturbo è difficile da intercettare nei primi anni di vita del bambino, tuttavia è importante porre attenzione ad alcuni segnali:

  • Ritardo globale dello sviluppo motorio (deambulazione, risposta di paracaduta etc.).
  • Ritardo maturativo della prensione, in particolare la presa a pinza stenta a comparire.
  • L’attività motoria è limitata e lenta.
  • Scarso interesse per gli oggetti.

Sintomi di disprassia dai 3 anni

La sintomatologia disprassica si manifesta in maniera più evidente a partire dal terzo anno di età del bambino:

  • L’attività motoria continua ad essere scarsa, rallentata.
  • “Goffagine” classica nei movimenti ampi come correre, saltare, calciare la palla.
  • Le paratonie (difetti di contrazione muscolare) si diffondono ai quattro arti, in particolare ai superiori.
  • Si presentano sincinesie e deficit di integrazione somatica.
  • L’espressione mimica e gestuale è scarsa.
  • Difficoltà ad adattare e mantenere la corretta postura.
  • Ritardo nella lateralizzazione e differenziazione destra-sinistra.
  • Difficoltà nei movimenti fini delle mani e uso selettivo delle dita.

Trattamento per la disprassia

La psicomotricità è la terapia di elezione in caso di disprassia evolutiva. La figura professionale di riferimento è il Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva.

Prima si interviene e più aumentano le possibilità di miglioramento e recupero delle funzioni deficitarie.

Con la terapia neuropsicomotoria si va a stimolare il bambino nella sua funzione motoria in un contesto di gioco e valorizzando i punti di forza e gli interessi dei bambini.

Anche la logopedia è un valido aiuto per agire sulle difficoltà linguistiche, in caso di disprassia verbale, e sugli apprendimenti.

La riabilitazione sarà specifica per ogni tipologia disprassica, ma in ogni caso deve basarsi su alcuni obiettivi comuni:

  • Migliorare la conoscenza corporea.
  • Attività di comunicazione gestuale, posturale e mimica.
  • Attività di organizzazione spaziale bidimensionali e tridimensionali.
  • Automatizzare azioni di uso frequente.
  • Potenziamento dell’attenzione selettiva.
  • Individuazione di strategie alternative per raggiungere uno stesso risultato.

Esercizi per la disprassia

Per la riabilitazione della disprassia si consigliano in genere esercizi che prima di tutto vadano a rafforzare la manualità fine, si lavora poi sulla coordinazione oculo manuale.

Movimento degli arti superiori e manualità fine

Lavorare sulla manualità e i movimenti fini rappresenta un ottimo punto di partenza. I bambini disprassici sviluppano tardivamente l’abilità di prensione e la presa a pinza risulta inefficace. Giochi che implicano la manualità e i movimenti delle dita, nonché la manipolazione di oggetti, sono un valido aiuto.

Obiettivo degli esercizi sulla motricità fine è arrivare a muovere le dita della mano indipendentemente l’una dall’altra. Un’idea carina potrebbe essere utilizzare i pupazzetti da dita oppure disegnare delle faccine direttamente sui polpastrelli.

Suonare le note su una tastiera è un altro esercizio che aiuta a “sciogliere” il movimento delle dita: si dice al bambino di suonare le cinque note in avanti, utilizzando prima una mano e poi l’altra; successivamente, solo una volta acquisita e padroneggiata la prima abilità, si chiede di suonare le stesse note a ritroso. Se aggiungiamo un adesivo su ciascun tasto associandovi un numero, come ultimo step, possiamo chiedere al bambino di suonare le cinque note con una sequenza diversa: ad es. 5-2-1-3-4.

Suonare il tamburo o lo xilofono con le bacchette, migliora la flessibilità del polso: anche in questo caso si lavora prima con le due mani singolarmente; la mano non impegnata può tenere una pallina morbida, in modo tale da contenere i movimenti non necessari.

Per completare gli esercizi che coinvolgono gli arti superiori, è possibile ampliare i movimenti a braccio, avambraccio e spalla, mediante giochi con la corda.

Movimenti di coordinazione

Un livello successivo di complessità include piccoli esercizi di coordinazione occhio-mano e occhio-piede.

Alcuni giochi richiedono proprio tali abilità: es. colpire i birilli, palleggiare, fare canestro etc. Per la coordinazione occhio-piede sono indicati giochi di equilibrio: si chiede al bambino di camminare tacco-punta lungo una linea retta, in avanti e poi all’indietro; se il bambino ha difficoltà ad eseguire l’esercizio si possono disegnare le impronte dei piedi sul pavimento, accorciare le distanze da percorrere etc.

Una volta padroneggiate le abilità di oculo-manuale e occhio-piede, si passa alla coordinazione di tutto il corpo, a cominciare dal gattonare, camminare sui talloni, arrampicarsi in modo corretto etc. Si potrebbe immaginare anche a dei “percorsi-gioco”, lungo i quali il bambino compie i vari movimenti (per approfondimenti, seguire il link).

Disprassia evolutiva si guarisce?

La disprassia non è una malattia vera e propria, ma una condizione permanente dell’individuo, per cui non è possibile parlare di cura.

Tuttavia, se precocemente diagnosticata e trattata, è possibile osservare miglioramenti.

I percorsi riabilitatiti sono volti in primis allo sviluppo dell’autonomia nelle attività quotidiane, nonché al miglioramento della qualità della vita del bambino.

Disprassia e DSA

La disprassia interessa le abilità di programmazione ed esecuzione del movimento e nasce da una mancata automatizzazione dello stesso. Abbiamo visto come inizialmente si manifesti con difficoltà di prensione, in particolare la presa a pinza. Tali difficoltà potrebbero essere alla base di una scorretta impugnatura della penna, con ripercussioni sull’apprendimento della scrittura.

Il ritardo dell’uso selettivo delle dita compromette la motricità fine della mano. Per tutte queste ragioni spesso dalla disprassia ha origine una forma di disgrafia in età scolare.

Anche se si tratta di due disturbi differenti (la disgrafia è un disturbo specifico dell’apprendimento), è giusto prestare attenzione a tale collegamento, in particolare per la riabilitazione (si vedano gli esercizi per la disgrafia).

Abbiamo visto in precedenza che un programma di recupero delle funzioni deficitarie nei bambini disprassici deve comprendere varie sezioni: esercizio della manualità fine, equilibrio, coordinazione oculo-manuale, coordinazione di tutto il corpo. Con gli esercizi che coinvolgono dita, mano, polso, andiamo ad agire proprio sulla parte interessata dai prerequisiti per l’apprendimento della scrittura: impugnatura corretta, rilassamento e articolazione delle dita etc. Prima ha inizio la terapia migliori saranno i risultati. La riabilitazione non “cura” la disprassia, ma aiuta a limitare l’impatto negativo sulla vita del bambino e a prevenire ulteriori problemi.

chiara auletta psicologa
Chiara Auletta

Psicologa, laureata in Psicologia dinamica, clinica e di comunità. Ha ricoperto il ruolo di referente presso sportello d’ascolto scolastico e si è formata come Tutor DSA.

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