Imparare a parlare e a comprendere le parole è un processo d’apprendimento graduale e non certo scontato, in cui ogni bambino viene messo alla prova nei primi anni di vita.

Infatti il linguaggio è una funzione complessa che si acquisisce gradualmente attraverso la maturazione e lo sviluppo delle strutture preposte. Apprenderlo significa sviluppare abilità espressive (usare il linguaggio in maniera propria) e recettive (comprensione).

Nei bambini in età prescolare è normale che queste abilità vengano apprese man mano, ma si possono verificare difficoltà specifiche che possono essere classificate come Disturbo del linguaggio (DL).

disturbo del linguaggio

Come per i DSA è importante saper riconoscere eventuali segnali di disturbo del linguaggio, soprattutto con l’inizio della scuola dell’obbligo.

Lo sviluppo del linguaggio prevede una serie di “competenze di base”, in linea con i prerequisiti delle abilità di lettura e scrittura. Per tale ragione disturbi del linguaggio e DSA quali dislessia e disgrafia sono intimamente collegati: la presenza di un disturbo del linguaggio può compromettere o ritardare l’apprendimento di lettura e scrittura.

Cosa sono i disturbi del linguaggio

I disturbi del linguaggio sono una macrocategoria che comprende diverse sindromi, caratterizzate da un disordine in uno o più ambiti dello sviluppo linguistico.

I bambini con disturbi del linguaggio presentano difficoltà di vario grado nella comprensione, nella produzione e nell’uso del linguaggio.

Nel principale manuale diagnostico utilizzato dai neuropsichiatri per inquadrare i disturbi, il DSM 5, il disturbo della comunicazione è considerato un disturbo primario ed è definito come deficit dell’eloquio, del linguaggio e della comunicazione:

  • L’eloquio riguarda principalmente la produzione espressiva dei suoni del linguaggio (articolazione e fluenza del discorso)-
  • Per linguaggio si intende l’utilizzo del sistema convenzionale dei simboli.
  • La comunicazione comprende qualsiasi comportamento verbale o non verbale che influenza comportamenti, idee e attitudini di una persona.

Classificazione dei disturbi del linguaggio

I disturbi del linguaggio possono essere classificati in modo diverso a seconda del grado di difficoltà e di quali sono gli aspetti in cui si hanno tali difficoltà. Gli aspetti coinvolti in un disturbo del linguaggio possono esserE:

  • Componenti formali linguistiche (fonetica, fonologia, semantica, morfologia, sintassi).
  • Aspetti funzionali (pragmatica, dialogica, discorsiva, narrativa).

Possiamo suddividere la macrocategoria dei disturbi del linguaggio in:

  • Ritardo semplice del linguaggio
  • Disturbo specifico del linguaggio
  • Balbuzie
  • Disturbo della comunicazione sociale (pragmatica)

Qui di seguito andiamo ad approfondire ciascuna di queste difficoltà.

Ritardo semplice del linguaggio

Il ritardo semplice del linguaggio denota una “lentezza” nell’acquisizione delle competenze linguistiche attese in una data fase evolutiva.

Interessa i bambini di età compresa tra i 2 e i 4 anni, ma non desta particolari preoccupazioni: il 70-80% dei bambini con ritardo maturativo del linguaggio svilupperà adeguate competenze linguistiche in età successive. Tuttavia potrebbe manifestarsi una fragilità nel periodo scolare, con difficoltà in lettura e scrittura.

Disturbo specifico del linguaggio (DSL)

Con il termine Disturbo specifico del linguaggio (DSL) ci riferiamo ad alterazioni legate a disfunzioni delle strutture encefaliche preposte all’organizzazione delle competenze linguistiche (area di Broca per le afasie e area di Wernicke per le disfasie). Le afasie si manifestano con difficoltà di comprensione e produzione/articolazione del linguaggio. Nelle disfasie, invece è preservata l’articolazione delle parole, ma vi è incapacità di organizzare un discorso logico.

Inoltre, nell’ambito dei disturbi specifici del linguaggio, si possono distinguere due quadri sindromici:

  • sindrome fonologico-sintattica – caratterizzata da dislalie, ovvero difetti di pronuncia, errori di sostituzione/omissione di fonemi; la frase è semplificata (es. verbo non coniugato, assenza di preposizioni semplici) o alterata (canzone balla – voglio sentire la canzone per ballare)
  • sindrome semantico-pragmatica – caratterizzata da generalizzazioni semantiche (ad es. usare il termine cane per indicare qualsiasi animale a 4 zampe) anomie (difficoltà nel trovare l’etichetta denominativa) parafasia (sostituzione di una parola con un’altra di suono simile o di significato appartenente ad una stessa categoria concettuale).

Balbuzie

La balbuzie è disturbo dell’articolazione della parola dovuto ad uno spasmo intermittente dell’apparato fonatorio, per cui l’eloquio si presenta esitante, tronco o con ripetizioni.

Tale disordine del linguaggio ha una componente genetica (predisposizione organica) e una componente emotiva (i sintomi peggiorano in condizioni di stress e pressione sociale).

Vi sono due tipologie di balbuzie:

  • Balbuzie tonica, quando lo spasmo ostacola l’avvio e il proseguire del suono.
  • Balbuzie clonica, quando l’eloquio è caratterizzato da interruzioni e ripetizione di uno stesso suono.

Il 70% dei casi di balbuzie si risolve in età evolutiva, mentre il restante 30% in età adulta, mediante trattamento logopedico.

Per tale motivo è importante rassicurare i genitori e consigliare loro di non assecondare la tentazione di correggere i “difetti” del linguaggio. Un atteggiamento estremamente “correttivo” tende a “sottolineare” il problema, peggiorando ulteriormente la prestazione.

Disturbo della comunicazione sociale (pragmatica)

La pragmatica è una componente della comunicazione sociale che si riferisce agli aspetti extraverbali, ovvero tutti quei comportamenti che rendono possibile una comunicazione efficace:

  • Comprendere la necessità di rispondere ad una domanda.
  • Comprendere e rispettare l’alternanza dei turni.
  • Adottare comportamenti indicativi del riconoscimento dell’altro quale partner conversazionale (ad es. avvicinarsi, guardarlo negli occhi, ascoltarlo etc.).
  • Organizzare gli enunciati per favorirne la comprensibilità.
  • Tenere conto delle conoscenze dell’altro.
  • Adattare l’eloquio alle caratteristiche dell’interlocutore.

La comunicazione sociale efficace implica la capacità di assumere la prospettiva dell’altro. Per tale ragione, i disturbi della pragmatica si possono osservare in alcuni quadri clinici ben definiti (spettro autistico, disabilità intellettiva lieve, etc.) oppure si possono presentare in maniera isolata.

Come riconoscere i disturbi del linguaggio

I disturbi del linguaggio emergono tra i 18 e i 36 mesi e la loro diagnosi deve escludere la presenza di altri disturbi evolutivi (autismo, disabilità cognitiva) o di patologie organiche (sordità).

Ci sono alcuni “sintomi” di disturbo del linguaggio, o più correttamente indici predittivi, sono stati evidenziati da diversi studiosi (Volterra e Bates, 1995; Bates, 2002) e possono permettere di ipotizzare la presenza di un disturbo.

Ecco a quali segnali bisogna prestare attenzione per riconoscere un possibile disturbo del linguaggio nel bambino:

  • Assenza di lallazione dai 5 ai 10 mesi.
  • Assenza di comunicazione gestuale a 12-14 mesi-.
  • Mancata acquisizione di schemi d’azione con gli oggetti a un anno.
  • Vocabolario ridotto (se il bambino a 18 mesi conosce 20 parole o meno).
  • Assenza del gioco simbolico intorno ai 24-30 mesi.
  • Ritardo nella comprensione di ordini non contestuali e che implicano una decodifica linguistica a 24-30 mesi.
  • Persistenza di idiosincrasie (creazione di parole) dai 30 mesi in poi.

Sviluppo progressivo delle competenze per il linguaggio

Lo sviluppo del linguaggio implica il raggiungimento di traguardi evolutivi importanti:

  • Il riconoscimento di suoni (memoria fonologica).
  • Il riconoscimento di parole (memoria lessicale).
  • L’attribuzione di significato alle parole (aspetto simbolico del linguaggio, inteso come codice condiviso da una comunità di appartenenza).
  • La conoscenza e l’utilizzo di aspetti extraverbali (comunicazione non verbale – gestualità, postura, tono di voce etc.) inclusa la consapevolezza dell’intenzionalità di tali aspetti.

Per quanto riguarda le competenze che sono alla base dell’apprendimento del linguaggio parlato e scritto, ricordiamo:

  • Competenze fonetico-fonolofiche (riguardano la capacità di articolare correttamente un suono e l’abilità di associare ad esso un significato condiviso).
  • Conoscenze lessicali (in ciascuna fase dello sviluppo un bambino ha un vocabolario di sua competenza, che evolve sia da un punto di vista quantitativo – più vocaboli – sia da un punto di vista qualitativo – vocaboli sempre più complessi).
  • Abilità morfo-sintattiche (si riferiscono all’abilità di costruire una frase di senso compiuto).
  • Competenze semantico-pragmatiche (indicano da un lato la capacità di esprimersi non solo con le parole, ma anche con altri fattori di significato più “nascosti” – tono, postura, gesti, tono di voce etc. – all’altro la consapevolezza delle regole non scritte della comunicazione – turni di parola, ascoltare etc.

L’importanza di riconoscere i disturbi del linguaggio

Numerose ricerche documentano l’efficacia dell’intervento precoce per ridurre le difficoltà in lettura e scrittura.

Un disturbo del linguaggio può essere campanello d’allarme per DSA, quali dislessia, disgrafia e disortografia.

Le competenze linguistiche infatti sono alla base anche degli apprendimenti di lettura e scrittura. Pertanto la presenza di disturbi del linguaggio possono, in alcuni casi, predire difficoltà negli apprendimenti di lettura e scrittura.

Ancora una volta si sottolinea l’importanza di una diagnosi tempestiva per intraprendere percorsi di logopedia e psicomotricità: prima si interviene e migliore sarà la prognosi.

Pertanto è opportuno riconoscere in tempo i bambini che presentano fattori di rischio per lo sviluppo successivo di un DSA. Tra questi fattori di rischio abbiamo anche la presenza di disturbi del linguaggio.

Il disturbo di apprendimento ricompare infatti come manifestazione della difficoltà di processamento e di elaborazione che ha causato il ritardo del linguaggio verbale (G. Stella, 2014).

chiara auletta psicologa
Chiara Auletta

Psicologa, laureata in Psicologia dinamica, clinica e di comunità. Ha ricoperto il ruolo di referente presso sportello d’ascolto scolastico e si è formata come Tutor DSA.

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