Il Disturbo Pragmatico della Comunicazione si distingue nettamente dagli altri disturbi del linguaggio. Infatti, esso non riguarda la qualità e la fluenza dell’eloquio, ma l’uso sociale della comunicazione.

La pragmatica è infatti lo studio di come il linguaggio è usato per interagire nelle situazioni sociali.

disturbo pragmatico del linguaggio

Si comunica non solo con le parole usate ma con una componente non verbale importante, che comprende mimica facciale e tono di voce, in presenza di disturbo socio-pragmatico della comunicazione sono questi aspetti a essere carenti.

Approfondiamo le caratteristiche di questo disturbo della comunicazione, andando a definire le principali cause e manifestazioni cliniche del disturbo pragmatico, per imparare a riconoscerlo, nonché strategie di intervento.

La comunicazione pragmatica

La comunicazione ha due componenti:

  • La componente verbale (il contenuto esplicito del messaggio).
  • La componente non verbale (la mimica facciale, la postura, il tono emotivo).

Una comunicazione efficace non è data soltanto dalla chiarezza del messaggio e dalla fluenza verbale, ma anche dagli aspetti che riguardano appunto la comunicazione pragmatica: sorridere, entrare in empatia con l’interlocutore e attirare la sua attenzione, rispettare i turni di parola, praticare l’ascolto attivo, …

Cos’è il disturbo pragmatico della comunicazione

Gli studiosi (Bishop, 2000; Rapin, 1996) hanno riscontrato che tale disturbo può presentarsi anche in maniera “isolata”, dunque indipendentemente dalla presenza di una diagnosi di autismo.

Il disturbo pragmatico della comunicazione o disturbo socio-pragmatico comunicativo è un’entità diagnostica riconosciuta come una tipologia di disturbo del linguaggio,

I bambini con disturbo pragmatico della comunicazione manifestano deficit nell’ambito dell’uso e del contenuti del linguaggio (semantica e pragmatica) mentre mantengono gli aspetti strutturali (fonologia e sintassi). Il loro linguaggio è caratterizzato da fluenza verbale, correttezza dal punto di vista fonologico e sintattico, buona articolazione.

La sua definizione è strettamente correlata all’autismo, si tratta di un disturbo “le cui caratteristiche espressive, cognitive e comportamentali potevano assomigliare, pur non facendone parte, a forme lievi dei deficit riscontrabili nell’autismo” (Padovani, 2007).

Anche se il disturbo socio pragmatico si può presentare indipendentemente dalla diagnosi di autismo.

Disturbo pragmatico comunicativo e autismo

La letteratura ha evidenziato il disturbo pragmatico del linguaggio in primis nei bambini con Disturbi dello Spettro Autistico.

Laddove il linguaggio non è del tutto assente, i bambini autistici si esprimono e comunicano in un modo che potremmo definire “non convenzionale”.

Questi bambini infatti tendono a non rispettare i turni di parola, ad essere eccessivamente “diretti”, ad entrare nel discorso trascurando quelli che sono quei piacevoli “convenevoli” che contraddistinguono una comunicazione sociale: non salutano, non chiedono “come stai?”, non danno segni di aver capito il discorso e non si accertano che l’interlocutore abbia recepito il messaggio, distolgono lo sguardo,…

Benché l’eloquio sia ben formulato e anche ricco dal punto di vista lessicale, vengono a mancare tutti quegli aspetti pragmatici della comunicazione; aspetti che in fondo rendono realmente “efficace” la comunicazione.

Gli studiosi (Bishop, 2000; Rapin, 1996) hanno riscontrato che il disturbo pragmatico comunicativo può presentarsi anche in maniera “isolata”, dunque indipendentemente dalla presenza di una diagnosi di autismo.

autismo

Riconoscere il disturbo semantico-pragmatico

I bambini con disturbo pragmatico della comunicazione presentano difficoltà e deficit su tre livelli differenti:

  • Conversazionale, in quanto hanno difficoltà a rispettare i turni di parola, ad introdurre una conversazione, a seguire un filo coerente del discorso e a servirsi del contesto per inferire significati; di conseguenza, appaiono come distratti o addirittura come “prevaricatori”; inoltre, la mancanza di un contesto come “contenitore di significati” fa sì che questi bambini facciano fatica a comprendere pienamente un discorso.
  • Semantico, perché si riscontrano difficoltà di accesso lessicale, scelta di parole inusuali, parafasie semantiche (ovvero inversione dell’ordine di parole oppure la loro sostituzione o omissione nel contesto del discorso).
  • Pragmatico: scarso utilizzo della mimica facciale e della gestualità o, al contrario, uso eccessivo e stereotipato; disprosodia (difficoltà di pronuncia e intonazione inusuale – la cosiddetta “sindrome da accento straniero); tendenza a porre domande ripetitive.

La diagnosi del disturbo della comunicazione pragmatica

Dal punto di vista diagnostico questo disturbo sembra non aver ancora trovato una collocazione nosografica. Tale disturbo, infatti, è stato individuato proprio in quei casi in cui i criteri non erano sufficienti a soddisfare né la diagnosi di Disturbi dello Spettro Autistico né quella dei Disturbo Specifici del Linguaggio (DSL).

L’elemento che ci permette di distinguere un disturbo socio-pragmatico della comunicazione da un disturbo dello spettro autistico è la mancanza del criterio diagnostico: interessi ristretti e comportamenti stereotipati.

Mentre appare chiara la diagnosi differenziale con gli altri disturbi dell’età evolutiva, come l’autismo, valutare le competenze comunicative “pragmatiche” è una faccenda ben più complessa. Infatti, si tratta di competenze che afferiscono gli aspetti qualitativi della comunicazione, difficilmente misurabili con metodi standardizzati.

Un ruolo fondamentale per la valutazione e diagnosi del disturbo socio-pragmatico della valutazione è svolto in primis dai genitori.

Il loro coinvolgimento nell’anamnesi iniziale da parte dello specialista è indispensabile. Infatti, uno degli strumenti più utilizzati, quando i bambini sono così piccoli (oltre all’osservazione diretta del bambino e del suo comportamento) è appunto il questionario per la raccolta di informazioni.

Le cause del disturbo socio-pragmatico

Le cause del disturbo pragmatico della comunicazione non sono ancora chiare, come le cause della dislessia, tuttavia gli studiosi hanno improntato alcune ipotesi.

Gli studi su bambini con Disturbo Pragmatico della Comunicazione e gli studi con individui adulti con danni traumatici o vascolari all’emisfero cerebrale destro hanno permesso di individuare due possibili cause:

  • Deficit della teoria della mente, ovvero la capacità di attribuire agli altri stati mentali (pensieri, emozioni, sentimenti) diversi dai propri; per tale motivo i bambini con disturbo della comunicazione pragmatica appaiono spesso come “prevaricatori” nel discorso e poco attenti all’interlocutore, a cosa prova e cosa pensa; di conseguenza, il bambino non è in grado di modulare il proprio “stile” comunicativo a seconda dell’interlocutore e della situazione; la teoria della mente si sviluppa nei bambini a cominciare dai 2-3 anni di età, quando la differenziazione tra sé e l’altro è ormai acquisita, insieme allo sviluppo delle abilità narrative e della memoria autobiografica (il bimbo, sollecitato dai genitori, inizia a verbalizzare le proprie esperienze in prima persona).
  • Deficit della coerenza centrale, ovvero la capacità di unire in un complesso unitario diverse caratteristiche percettive più elementari; pensiamo, ad esempio, alla capacità di “contestualizzare” un dato discorso e di utilizzare le informazioni provenienti dal contesto specifico per inferire significati; i bambini con disturbo socio-pragmatico mostrano delle cadute in tali ambiti.

Come si interviene

Come in qualsiasi altro disturbo che si manifesta in età evolutiva, riconoscere tempestivamente i segnali è fondamentale, così come l’intervento riabilitativo precoce.

Sarà fondamentale in questo il ruolo dei genitori, del pediatra, nonché delle maestre, individuare i primi “campanelli d’allarme”.

Inoltre è da premettere che, dato che le competenze socio-comunicative e pragmatiche dipendono anche dallo sviluppo del linguaggio, difficilmente si arriverà ad una diagnosi prima dei 4-5 anni. 

Lo step successivo è rivolgersi al logopedista per una valutazione più completa e per intraprendere un percorso riabilitativo del linguaggio. Gli obiettivi dell’intervento saranno specifici per ciascun bambino nel rispetto delle sue specifiche aree di fragilità, delle sue caratteristiche individuali e sopratutto dei suoi tempi di apprendimento.

Naturalmente, a differenza degli interventi disposti per le altre tipologie di disturbi del linguaggio, il focus in questo caso sarà soprattutto sugli aspetti pragmatici della comunicazione:

  • favorire il contatto visivo con l’interlocutore;
  • apprendere il meccanismo del turno di parola;
  • esercitare l’ascolto attivo;
  • individuare e spiegare i comportamenti “prevedibili” in un’interazione sociale;
  • riconoscere e leggere i messaggi non verbali (gesti, mimica, linguaggio del corpo, tono emotivo di una conversazione).

Quali strategie adottare

Lo studio del Disturbo Pragmatico del Linguaggio ha suscitato l’interesse dei ricercatori perché spesso si associa con difficoltà di relazione con i pari e con disturbi di internalizzazione (Poletti, 2010). Il confronto con i coetanei è un’esperienza pregnante per i bambini, in particolare con l’ingresso a scuola.

Sia in ambito scolastico sia familiare è importante non sottolineare differenze e non paragonare i bambini tra loro. Evitare i confronti favorisce il clima di classe e la qualità delle relazioni, nonché la cooperazione tra i compagni; dal punto di vista individuale preserva l’autostima e l’autoconsapevolezza rispetto ai proprio punti di forza. Ricordiamo che anche il bambino con la diagnosi più complessa possiede risorse e punti di forza: sta a noi adulti cogliere tali aspetti e valorizzarli, affinché non si perdano dietro l’etichetta diagnostica.

Le difficoltà relazionali possono essere affrontate e arginate con un intervento riabilitativo nei giusti tempi, eventualmente accompagnato anche da psicoterapia.

In questo caso, la terapia sarà improntata all’acquisizioni delle cosiddette “skills”, abilità sociali. Ciò è possibile farlo mediante la narrazione, ovvero la costruzione di storie “intorno” alle abilità sociali da acquisire: ogni storia ha un contesto che possiamo descrivere e comprendere insieme al bambino (ad es. una festa di compleanno); porsi delle domande (cosa accade alla festa? cosa è opportuno dire? quali sono gli aspetti prevedibili di questa situazione sociale? cosa potrebbe accadere invece di imprevedibile? e come mi potrei comportare in quella circostanza?). Questo tipo di strategia può essere anche abbinata al “gioco simbolico” o al “role playing“, in cui poter simulare una scena sociale in un contesto ludico, dunque “protetto”, motivante, non giudicante (naturalmente rapportando il tutto all’età del bambino).

Come intervenire a scuola

Abbiamo avuto modo di comprendere quali potrebbero essere i “punti di debolezza” di questi bambini a scuola: scarsa comprensione e immaginazione; le abilità sociali sono poco sviluppate.

Sulla base di queste premesse, possiamo suggerire le seguenti strategie:

  • Utilizzo di strumenti compensativi che agevolano la comprensione del testo e della lezione; i bambini potrebbero avere difficoltà a seguire e a comprendere il nostro discorso, allora sta a noi semplificare e rendere i concetti accessibili a tutti.
  • Come insegnamo ai bambini a sviluppare una comunicazione efficace? facendo da modello; se gli adulti praticano l’ascolto attivo, mostrano empatia verso gli alunni, chiarificano gli aspetti più complicati etc. i bambini apprenderanno dall’osservazione di questi modelli sociali; non soltanto i genitori, ma anche gli insegnanti e gli alti adulti di riferimento possono assumere il valore di un modello positivo da imitare.
  • I bambini imparano dagli adulti, ma possono imparare anche dai propri compagni: puntare sulla collaborazione e non sulla competizione; favorire l’utilizzo del cooperative learning e di altre strategie didattiche che “sfruttano” la socializzazione come motore per l’apprendimento.

DSA e disturbo socio-pragmatico della comunicazione

Attualmente non vi sono evidenze scientifiche circa una possibile correlazione o comorbidità con i Disturbi Specifici dell’Apprendimento. Tuttavia, possiamo sicuramente considerare alcune peculiarità del disturbo per definire le strategie didattiche e educative efficaci da adottare nel caso specifico.

Innanzitutto, considerando il fatto che la produzione appare migliore della comprensione, va da sé che eventuali strumenti compensativi dovranno essere pensati per agevolare tale aspetto.

Invece, si presenta un buono sviluppo della letto-scrittura con tendenza a sviluppare problemi di comprensione del testo tipo iperlessia (precoce acquisizione della lettura e abilità di lettura che superano quelle di comprensione o di intelligenza generale) gioco immaginativo povero (Padovani, 2007).

chiara auletta psicologa
Chiara Auletta

Psicologa, laureata in Psicologia dinamica, clinica e di comunità. Ha ricoperto il ruolo di referente presso sportello d’ascolto scolastico e si è formata come Tutor DSA.

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