La dislessia rientra nella categoria dei disturbi specifici dell’apprendimento, insieme a disortografia, disgrafia e discalculia. I DSA sono difficoltà ad automatizzare i processi legati alle abilità strumentali, ovvero lettura, scrittura e calcolo.
La dislessia si manifesta con deficit nell’apprendimento della lettura: i bambini dislessici sono meno veloci e commettono più errori rispetto ai coetanei senza DSA.

La diffusione dei DSA in Italia (4% della popolazione) ha portato questi disturbi al centro di un dibattito multidisciplinare che coinvolge insegnanti, specialisti e ricercatori. Oggi si comincia ad avere consapevolezza rispetto a cosa significa un disturbo dell’apprendimento.
Purtroppo rimangono ancora una serie di “falsi miti” e preconcetti, in particolare tra non addetti ai lavori, che è molto importante sfatare.
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7 falsi miti da sfatare sulla dislessia
Vediamo quali sono le convinzioni errate sulla dislessia e sugli altri DSA più diffuse, e proviamo a sfatare questi luoghi comuni.
Preconcetto: i dislessici sono pigri e svogliati
Spesso gli alunni dislessici sono accusati di essere pigri e svogliati.
Questo modo di vedere i DSA induce a pensare che basti una maggior concentrazione e impegno per “sconfiggere” la dislessia. In realtà la dislessia e gli altri DSA non hanno nulla a che vedere con lo scarso impegno o la pigrizia, ma derivano da fattori innati. Le cause della dislessia sono di origine neurobiologica.
Spesso quello che scambiamo per pigrizia è senso di inadeguatezza . I disturbi specifici dell’apprendimento mettono a dura prova i nostri bambini e rendono l’esperienza scolastica più faticosa. La reazione può essere una perdita di motivazione da non confondere con svogliatezza.
I bambini dislessici sperimentano i primi insuccessi nell’approccio alla lettura e si convincono di non essere “abbastanza bravi”. Tali vissuti provocano uno stato d’animo definito “impotenza appresa“, ovvero la credenza di non riuscire. La paura di fallire e di misurarsi nuovamente con i limiti imposti dai DSA spingono il bambino ad arrendersi, rinunciando alle attività.
La rinuncia ai compiti non è causata sempre da pigrizia, ma può avere radici più profonde: insicurezza, scarsa autostima, paura di sbagliare etc. Tutti sentimenti che gli alunni con DSA conoscono bene e che dovremo imparare a conoscere anche noi adulti per poter intervenire in maniera efficace.
Alcuni approfondimenti utili su questo tema:
- Motivazione allo studio: come rafforzarla
- Rafforzare il senso di autoefficacia
- Prevenire le ricadute psicologiche del DSA
Preconcetto: non impara a leggere per colpa dell’insegnante
Quando ancora non si conosceva l’origine innata dei DSA, si pensava che la dislessia derivasse da un metodo di insegnamento “sbagliato”.
In particolare facciamo riferimento al metodo “Whole Word“, diffuso negli Stati Uniti intorno agli anni ’30. In Italia è conosciuto come “Metodo globale” e consiste in un approccio visivo alla lettura, invece del metodo alfabetico-fonetico precedentemente utilizzato. Tale metodo richiede ai bambini di considerare le parole nel loro insieme, insegnando a riconoscerle e memorizzarle come fossero immagini. Al contrario, il metodo alfabetico-fonetico considera una parola come l’unione di più suoni/grafemi. In questo caso è fondamentale lo sviluppo delle abilità metafonologiche nei bambini, insieme agli altri prerequisiti per l’apprendimento della letto-scrittura.
La tesi sul metodo di insegnamento come “causa della dislessia” non può essere valido, dal momento in cui si conosce la natura neurobiologica del disturbo.
Ciò non toglie che un metodo può essere efficace per un bambino ma non per un altro. Di conseguenza è bene personalizzare la didattica, in presenza di difficoltà.
Preconcetto: i dislessici sono meno intelligenti
La diagnosi di DSA deve escludere necessariamente la presenza di altre patologie sul piano sensoriale e cognitivo.
Di conseguenza non possiamo avere disturbi specifici dell’apprendimento e disabilità cognitiva nello stesso bambino.
Chiaramente anche i bambini con disabilità possono manifestare difficoltà di lettura, scrittura e calcolo, ma ciò non fa di loro dei dislessici. Tali difficoltà sono secondarie alla condizione di ritardo intellettivo stesso.
I DSA sono una caratteristica a se stante, indipendenti da altre patologie. Quindi un bambino dislessico o con altro DSA è per definizione un bambino con intelligenza pari o superiore alla norma.
Invece che pensare che un bambino dislessico non sia intelligente sarebbe importante sfatare questo falso mito e valorizzare i punti di forza dei bambini con DSA.
Preconcetto: i DSA colpiscono di più i maschi
Nonostante la dislessia sia diagnosticata più frequentemente nei maschi (Peterson, 2012) molti studiosi ritengono che colpisca entrambi i sessi allo stesso modo.
Secondo uno studio condotto presso il Centro per le disabilità linguistiche e cognitive in età evolutiva dell’azienda USL di Bologna, su un campione di 116 soggetti, il 78,4 % era costituito da maschi, mentre solo il 21,6 per cento da femmine (Fonte: Cosmafoglio approfondimenti).
Tuttavia si tratta di dati estrapolati da singole ricerche, relativi a campioni limitati.
In merito alle diagnosi, possiamo invece dire che attualmente il rapporto è di 3:1 con una maggior prevalenza nei maschi.
Preconcetto: un DSA dovrebbe scegliere scuole più facili
Tra tutti i miti da sfatare, quello che un dislessico debba scegliere scuole meno impegnative è il più “pericoloso”.
Considerando che gli studenti con DSA fanno maggior fatica degli altri, si è dell’idea che non riescano a “stare al passo”. Di conseguenza si tende a limitare la scelta di un eventuale indirizzo scolastico o studio universitario (approfondimento: dislessia e università).
Il diritto allo studio è un principio universale, attraverso un metodo di studio efficace e con gli strumenti compensativi giusti, è possibile imparare qualsiasi cosa. La legge 170 del 2010 tutela il diritto allo studio dei ragazzi dislessici, stabilendo che vanno garantite pari opportunità.
Un disturbo specifico dell’apprendimento non spegne il desiderio di apprendere. Per cui è giusto dare importanza all’inclinazione, ai desideri e alle ambizioni di tutti gli studenti, quale che sia la loro diagnosi.
Preconcetto: i casi di DSA sono aumentati col tempo
Effettivamente si parla sempre più spesso di DSA, ma soltanto perché in tempi recenti si è sviluppata una maggiore coscienza di tali disturbi.
La verità è che non si può fare un confronto con il passato.
Le difficoltà scolastiche erano attribuite a scarse capacità cognitive, poco impegno, un metodo di insegnamento sbagliato e altri fattori, per ignoranza.
Si ignorava che potessero esserci delle caratteristiche innate e oggettive dietro tali difficoltà.
Ora che i DSA si conoscono meglio ed esistono leggi apposite, il sistema scolastico riesce a individuare generalmente i bambini con DSA, riconoscendo il disturbo specifico. Per tale ragione sono aumentate le diagnosi di DSA.
Risulta complesso fare una stima realistica dei casi in aumento rispetto al passato perché in passato la dislessia non veniva diagnosticata.
Preconceto: i DSA passano in età adulta
Quando alcuni personaggi noti testimoniano in prima persona la propria esperienza da bambino/a dislessico/a, sentiamo spesso parlarne al passato. Ciò crea la falsa credenza che i DSA siano disturbi che riguardano i bambini, oppure che si possano “curare”.
Invece i DSA sono caratteristiche innate, hanno natura neurobiologica e non possono scomparire con il tempo.
Possiamo osservare dei cambiamenti, in quanto i bambini dislessici non smettono mai di apprendere. Le esperienze scolastiche, con tutte le varie spinte adattive, fanno sì che le persone con dislessia acquisiscano con gli anni delle strategie funzionali, utili ad arginare le difficoltà.
Ciò non significa “essere guariti” ma semplicemente aver trovato un adattamento: non si sono verificate ripercussioni negative e si convive pacificamente con un DSA, che vengono compensati con le risorse della persona.

Chiara Auletta
Psicologa, laureata in Psicologia dinamica, clinica e di comunità. Ha ricoperto il ruolo di referente presso sportello d’ascolto scolastico e si è formata come Tutor DSA.